Possiamo dire, però, ciò che è sotto gli occhi di tutti: è bastato che si sfiorassero. Incuranti di permessi e regole del dominio da cui erano usciti, senza chiedersi chi fosse il loro proprietario, sprezzanti del numero di nodi della rete e dei balzi innumerevoli necessari per congiungere i loro originali, hanno istantaneamente avvertito l'istinto dell'unione. Immaginiamo con discreta precisione qualcosa del resto della storia: il loro cercarsi incessante, fra miriadi di copie insignificanti, in un'overdose di messaggi contraddittori, tra gli ostacoli naturali e i colli di bottiglia del mondo cibernetico. Intuiamo quel fissarsi del pensiero sulle forme e sulle emozioni, sulla bellezza, insomma che nasce dal loro intreccio.
quel nodo che si stringe nel profondo quando due esseri sono una cosa sola. Il darsi e l'aversi non avranno misura, e da reciproci gesti altre reciprocità avranno origine, perchè due non siano più due, ma uno ed infinito.
-... Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino, il copricapo turco, il braccialetto con il cuore...-
- Continua.-
- La nuca di quello che incontro sull'autobus, i lacci delle Kickers, le sei meno cinque del mattino...-
Lui la guarda, quasi nello stesso momento, un ragazzo ha trovato la soluzione a un difficile problema di matematica, lontano, nell'Idaho, in una scuola superiore, un maschio, bianco, seduto accanto a una ragazza con le lentigini, lei, la ragazza non ci è ancora arrivata e si arrovella.
Lui la guarda e le dice di continuare, lei continua:-
L'indice della mano destra sulla tastiera, le fosse nasali, l'ultima onda non esiste...-
Lui le ficca dentro un dito, nella bocca, le tocca la guancia dall'interno, le afferra la lingua:-
Continua.- Le dice.
- R..tli...d...ca...rtttta...ig....iiiien...iiicc....a.-
-Rotoli di carta igienica.- Ripete lui.
Adesso la sua mano è completamente scomparsa nella bocca di lei, l'altra mano invece la sditalina ben benino, lei soffoca e raggiunge l'orgasmo. Lui si riveste, indossa una giacca dal taglio inglese con le toppe verdi sulle maniche, esce in strada si perde tra la folla di Roma.
Il ragazzo nell'Idaho esce da scuola, soddisfatto, ama la matematica ma non tanto quanto la poesia, su un taccuino nero ha tenuto assieme parole e stralci, un abbozzo o quasi, l'impronta del piede quando ancora non carica tutto il peso del corpo, un tentativo di scrittura o di esistenza, queste parole:
-... Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino, il copricapo turco, il braccialetto con il cuore...-
- Continua.-
- La nuca di quello che incontro sull'autobus, i lacci delle Kickers, le sei meno cinque del mattino...-
Lui la guarda, quasi nello stesso momento, un ragazzo ecc...ecc...:- Scrive la ragazza con le lentiggini seduta accanto al ragazzo che ha appena risolto un difficile problema di matematica.
Insomma, giunti alla fine chi tesse il ricamo, l'ordito, la trama è la ragazza con le lentiggini, peccato che lei, lo capirete anche voi, non sappia di me.
<xx xxx, come ieri e più di ieri. Inutile ripetere>
Destinatario, sempre lui, PTK; così memorizzato, con un nick trilettere dal sapore sinteticamente straniero. Lo si direbbe, in realtà, un cavaliere inesistente: nessuna risposta, totale apatia alle dichiarazioni di lei.
Ore 10,30 intervallo sul lavoro. Davanti al distributore automatico di caffè, lei scrive: < piove come la mia voglia di viverti, che si infila negli interstizi e nelle crepe dei muri.>. Ore 10,32, aggiunge: <La sento gorgogliare per le vene come nei canali di gronda>
PTK, lui, vive nel silenzio, evidentemente.
Ore 13,30, pausa pranzo. Da una anonima e un po’maleolente tavola calda, lei digita:<sembrerebbero uguali le attese, ma così non è. Io attendo, la mente immobile, il momento giusto per te e per me.>
Ore 15,30 pausa caffè di metà pomeriggio: <vorrei chiamarti per nome, perché chiamarti è un po’ come morderti. Mi neghi anche questo?>
Ore 18,45, fine lavoro: <il tuo pensiero è aria libera. Pensiero che basta a se stesso, senza bisogno di nulla di fisico>
Ore 20,00, sfuggita un attimo in bagno durante la cena coi genitori e la sorella: <sai che il mio volerti resta, tutto metafisico>
Ore 22,35, davanti a un libro: < in ogni frase scritta ci sei tu>
Ore 23,30, prima di spegnere la luce, già nel caldo delle coperte: <il potere dei sogni è nel loro non essere veri, il potere del tuo amore è nel tuo essere iperuranio>
Alle ore 23,32, un cicalino avvisa che PTK è vivo, esiste: <…>
Ecco: lui vuole sesso, lei no. Questo è il risultato.
Non resta poi molto,
le giornate hanno indossato abiti grigi, gocciolanti.
Non resta poi molto dopo aver ucciso.
Le schiere degli imbecilli, le processioni dei teledipendenti, gli affezionati dei quotidiani.
Ho ucciso per legittima difesa,
ho il sangue sotto le unghie, rappreso.
L'ultima vittima, non resta poi molto, è rimasta con gli occhi spalancati, qualche dente è scivolato nel lavandino.
Mia moglie mi offre una sigaretta,
la estrae dal pacchetto,
le macchie di sangue,
quelle non le vede,
cieca all'orrore
mi chiede se voglio fumare.
-Si, grazie.-
Le rispondo.
"Clic", fa l'accendino.
Mi ritrovai a tessere le fila delle nuvole e come se non bastasse l'affitto stava per scadere e qualcuno lo doveva pur pagare. Mi ero abituato e l'abitudine covava la sua nidiata, abituato ad alzarmi alle sette e trenta, ogni mattino, un orologio svizzero o belga, fate voi. Un caffè al bar, un giro intorno al lago, il resto della giornata sarebbe venuto da sè e un giorno venne. Una bambina con un vestito rosso mi chiese - Sai tessere le fila delle nuvole?-
-Volendo, si.- Le risposi.
- E come fai?- Continuò la bambina incuriosita, più alta, voleva farmi credere fosse più alta della sua età, si mise sulle punte dei piedi.
- Con le mani, con le mie mani ne prendo i lembi, sono soffici, le nubi si ribellano al tocco umano, non sono avvezze alla carne e poi...-
- E poi?- Mi chiese la bambina in attesa.
- E poi le lego con nodi stretti come faccio con le parole che stai ascoltando e se ti sembra di soffocare non ci pensare, anche le nuvole soffocano tra le mie mani, ma tu non ci pensare cara la mia bambina, chè le parole se ti tolgono la vita è per dartene una migliore.-
La bambina sorrise di un sorriso suo fatto di nuvole e parole e come gesto mi diede un bacio sulla guancia per poi scomparire tra gli alberi, tra le nuvole, tra le parole.

(Piccolo premessa: questo è un racconto scritto a quattro mani da Riuriuchiu e da Cenresig. Buona lettura)
Io non ho mai creduto ai suoi specchi; ne aveva la casa piena, erano ovunque, di tutte le forme, c'erano anche quelli profumati, aveva appeso sacchetti di lavanda sulle cornici e quelli colorati, quelli rotti.
Lui diceva che erano magici. Sosteneva che ad ognuno era associato un preciso potere: la preveggenza, la lettura del pensiero, la visione di persone lontane, il contatto con l'aldilà.
Io per conto mio sono stata sempre scettica, ma andò a finire che me lo sposai e la stranezza dei suoi specchi me la ritrovai in casa. Fu prima della nascita di Manuel che gli dissi di farla finita. Oltretutto mi sembrava che con il tempo una patina oscura si stendesse sulla loro superficie, benché la signora Maria li spolverasse costantemente. Uno strato di grigiore innaturale che trasmetteva un che di cupo a tutti gli angoli della casa.
Il tempo. Gli specchi mi facevano pensare al trascorrere del tempo, stavo invecchiando. Possibile che la pelle di mio marito rimanesse sempre quella, fresca ed elastica? Che fine stavo facendo io? Trascorsero dodici mesi, forse meno, Manuel nacque prematuro, gli specchi erano ancora lì. Io sembravo invecchiata di dieci anni.
Fu una mattina che cominciai ad avvertire uno strano suono, una nota, di intonazione indefinibile, che vibrava per casa, ovunque. Non la sentivo provenire da un luogo o un oggetto particolare. La percepivo dentro me, in tutta la sua stancante monotonia.
Era come leggere "La nausea" di Sartre. Non riuscivo a stare in piedi. Di colpo gli specchi mi guardarono; non ero io a guardare loro, ma il contrario. Sentii il mio bambino piangere nell'altra stanza, volevo muovermi, ma rimasi bloccata, impietrita sulla poltrona. Apparve, non attraversò la porta, ma apparve mio marito. Mi disse che c'era un patto da rispettare, che io ero in gioco.
È incredibile come, in un momento in cui abbiamo sempre pensato che uno sguardo avrebbe potuto salvarci, i nostri occhi fuggano a guardare altrove, come per guidare la fuga del corpo, che, invece, paralizzato, non reagisce.
- Che succede? - Riuscii a dire.
- A volte capita che qualcuno ci debba rimettere qualcosa: l'onore, la bellezza, la vita, la vita di Manuel.- Sorrideva, pensavo stesse scherzando.
Urlai, lo vidi dirigersi nella camera del bambino, dagli specchi venne fuori una luce abbagliante.
Mi ricordo l'odore della mia camera da letto, quella nella quale dormivo da bambina, l'odore della canfora, della pelle delle bambole. E' strano come in un momento di pazzia come quello mi venissero in mente tali ricordi. Mio marito era impazzito, definitivamente.
Ricordai così di avere accanto un oggetto che da bambina mi aveva sempre affascinata: un soprammobile sferico, di marmo, apparentemente leggiadro, un oggetto dalle miriadi di sfumature. E dal passato dei ricordi d'infanzia, e da quella nota che aumentava di volume, e dalla vista di mio figlio che cercava di sfuggire al padre, la forza entrò nel mio braccio destro, che afferrò la sfera scagliandola con millimetrica precisione appena sopra le vertebre cervicali del pazzo.
Non era più mio marito, noi madri siamo così, era in pericolo mio figlio, non mi voglio giustificare, quello che è accaduto quel giorno ha del surreale e nemmeno io ci credo più. Mio marito mi guardò con la faccia di lucertola, sibilò qualcosa. Pregai che tutto finisse, pregai che quegli specchi scomparissero che tutto tornasse come prima. Fu allora che entrò qualcuno nella stanza, fu allora che mi portarono via. Una puntura nel collo mi chiuse la bocca e mi tolse le forze. Ora non mi lasciano andare dove voglio. Mi tengono qui. Dicono che sono in attesa di giudizio.
La camera è bianca, non credono nella mia versione dei fatti. Quando mi hanno trovato c'ero io che stringevo il collo di Manuel, mio marito non c'era, loro dicono così. Io guardo fuori dalla finestra e a volte mi specchio nella Luna, ma maledico anche quello specchio, lo maledico.
Povero signor Mangiacorvi, nessuno se ne ricorda più. Lo hanno dimenticato ed ecco che quando le forze del male scendono sulla terra le persone si rivolgono a Batman, quelli di Gotham city, o all’Uomo ragno. Ma qui, qui nella provincia siamo lontani dai super eroi. Nel mio personalissimo caso quando ho avuto bisogno, quella notte, ho pensato subito a lui, al signor Mangiacorvi. Disteso sul letto, non riuscivo a prendere sonno, sarà stata la notizia che mi aveva dato mia moglie qualche ora prima, “sono incinta”, mi aveva detto con un’aria sbarazzina che mi faceva pensare a lei, non adulta, non matura, non madre, ma a una ragazza di appena quindici anni all’uscita di scuola. E’ andata così. Appresa la notizia ho fatto salti di gioia, una bevuta assieme e abbiamo fatto l’amore. Lei è andata a lavarsi, si è messa giù e si è addormentata, il sonno dei giusti. Io sono rimasto sveglio a guardare la luce della Luna che entrava dalla finestra raffreddando i miei entusiasmi. Erano le tre di notte, quando la porta della camera si è aperta e un bimbo ha fatto il suo ingresso, non ho acceso la luce, non ho urlato, ma come se fosse la cosa più normale del mondo gli ho chiesto “tu chi sei?”, il bimbo aveva addosso un maglione logoro e un paio di pantaloncini che gli lasciavano scoperte le ginocchia, ai piedi un paio di scarpe da ginnastica consumate, sul viso una smorfia d’odio, odio vero. “Mi dici chi sei?”, ho ripetuto stando attento a non svegliare mia moglie. Lui mi ha risposto, la voce era innaturale, non apparteneva a quella di un bambino, era una voce di vecchio, rauca, tremolante, “tuo figlio morirà, tua moglie soffrirà i peggiori dolori, tu rimarrai solo”. E’andata così. Il mattino dopo pensavo di aver sognato e non ne ho fatto parola a mia moglie. Solo a sera, mentre mi facevo la doccia, l’ho visto apparire tra il vapore delle piastrelle del bagno. “Ancora qui?” gli ho detto. Lui mi ha mostrato i denti, erano i denti di un cane rabbioso, ha abbaiato. Ho avuto paura e me la sono fatta addosso, l’urina si mescolava all’acqua che veniva giù. Poi è andato via. Per un po’ di giorni sono stato depresso, mia moglie pensava che non l’amassi più. Si chiedeva come mai dopo aver ricevuto la notizia della nascita del nostro bambino, io mi stessi comportando in maniera così strana, la notte invece di dormire passeggiavo nervosamente per la camera, non mi facevo più la barba, parlavo poco e a volte piangevo, così senza motivo. Fu una sera, mentre aspettavo di vedermelo comparire all’improvviso, pensai al signor Mangiacorvi. Me ne parlava mia nonna, spesso trascorrevo i pomeriggi da lei, aveva un gatto grasso e le galline. Più volte il gatto ha cercato di afferrarne una, più volte loro gli hanno fatto passare la voglia beccandolo a dovere. Quelle scene erano divertenti e me le porto dietro. Mia nonna è morta, anche se qualche volta mi appare in sogno ed è sempre felice. Io penso sia diventata un angelo e stia in paradiso. Mi raccontò del signor Mangiacorvi che era riuscito a scacciare dal paese nel quale viveva un ubriacone che molestava le bambine. Il sindaco e sua moglie, che era mia nonna, pregarono che si facesse vivo e così fu. Un giorno bussò alla loro porta un uomo alto con una camicia bianca e un paio di bretelle, aveva pochi capelli, per lo più ai lati, un paio di guanti neri e calzoni eleganti, niente di strano a parte il fatto che masticava qualcosa e dalla bocca gli uscivano delle piume nere. Il signor Mangiacorvi era ghiotto di corvi, li mangiava vivi, ma non poteva toccarli con le mani, dunque l’unica sua fonte di sostentamento doveva provenire dagli altri, da qualche anima buona che ne prendesse un paio e glieli ficcasse in bocca vivi, al resto ci avrebbe pensato lui. Mia nonna e suo marito, il sindaco, in questo modo riuscirono a far scomparire il molestatore di bambine, un uomo grasso e forte che aveva picchiato chiunque osasse ribellarsi al suo volere di orco. Ci pensò il signor Mangiacorvi, si presentò nella tana dell’ubriacone che viveva ai margini del paese, in una baracca di lamiera e lo pestò a dovere usando i suoi poteri magici che nessuno sapeva dove gli avesse appresi. Da quel giorno l’orco ubriacone non si fece più vedere. Ma le persone del paese non credevano nella bontà del signor Mangiacorvi, a loro sembrava impossibile credere che un uomo che divorasse corvi vivi potesse arrecare del bene alla comunità. Il prete assieme ad altri uomini lo scacciarono dal paese con i forconi e lui venne dimenticato.
Questa notte ho pregato che apparisse e così è stato. “Ciao Dario”, mi ha detto. “Buonasera signor Mangiacorvi” . Mi ha detto di essere affamato. Gli ho spiegato la storia del bambino che veniva a farmi visita, gli ho detto che il bambino era cattivo, era il male. Lui ha fatto di sì con la testa, poi si è messo a sedere perché non riusciva a stare in piedi. Mi ha detto di conoscere quel bambino, mi ha detto che si chiamava Tobi Tobi ed era un suo vecchio amico ai tempi dell’apprendistato in stregoneria. Poi le loro strade si erano divise e mentre il signor Mangiacorvi usava i suoi poteri per il bene, Tobi Tobi era portatore di disgrazie e molti suoi colpi erano andati a segno.
C’è questa scena che ricordo, poi il signor Mangiacorvi è scomparso, ma voglio pensare che quando qualcuno ha bisogno di una mano, lui si faccia nuovamente vivo.
Dietro casa, abbiamo il capanno degli attrezzi, la porta è di legno, io sono sul retro, il signor Mangiacorvi sgranocchia le ossa e il becco di un corvo nero che gli ho procurato, il bambino gli sta di fronte, ha la lingua biforcuta. I due si riconoscono, la Luna è alta nel cielo, i rami degli alberi tremano, dalla pancia del bambino vengono fuori mille rospi, sono velocissimi, saltellano e sputano, ricoprono il corpo del signor Mangiacorvi, ma una luce bianca e rovente viene fuori dal suo corpo. La notte si illumina dei bagliori delle fiamme, i rospi bruciano, il bambino piange, il male si arrende, poi tutto finisce, così in un battibaleno. L’ho raccontato a mia moglie, lei mi ha sorriso, non ha detto nulla, solo mi ha sorriso e mi ha detto che mi ama perché credo alle favole. Io ho pensato che fosse vero. Amo le favole, quelle colorate, quelle nere, quelle che raccontano del mio amico, il signor Mangiacorvi.