Avanzi della cena




Autore: malacconcio

Serata passata

 

Se temi la solitudine
non cercare di essere giusto.
Jules Renard



Quando il Natale avanza, con le nevi e il tepore, traina con sé un bagaglio di afflizioni: le ricordo luccicare intorno l'albero, in un angolo del salotto, e io, nella fotografia, siedo lungo il divano, una mano scende ad accarezzare Barry, il coniglio nano che guarda la TV che poi sfoca l'immagine voltatosi al momento dello scatto.
Anche il Ferragosto sfolgora di lucine, stelle, aerei tutto sommato tristi; non ho una foto di quegli anni, ma ricordo l'albergo tre stelle a Riccione, pochi passi dal lungomare che s'allontana: io e la mamma stiamo raggiungendo i telefoni pubblici, è il momento di chiamare i familiari a Ferragosto? « Ora non li usa nessuno su » e telefonare l'associo a tornare, vacanza a vacante vuoto, quando il pieno è soffocamento, città, traffico, navigli, qui, in un settembre senza foglie per questa piazza, di cemento e lamiere vetro e nessuno, di sabato, quando la città si muove, va a divertirsi. Nella fotografia di dieci Natali fa con Barry abitavamo all'ottavo piano del palazzo bigio e sperticato che svetta, punge il cielo con l'antenna, quello. E ora perchè guardare la vecchia finestra, domandarsi chi proietta l'ombra? Non è merito solo della bolgia alcolica, in cui mi sono profondato, dopo i lazzi d'avanspettacolo alla festa di Marcello, due numeri civici lontano, pagando con un cazzotto lo scontato vaffanculo. L'importante è darle, le parolacce. Non è perchè in certi momenti vedo le stelle, il Ferragosto, il mare senza motivo, che torno alla casa in cui tornavamo, dopo la vacanza, pieni di ossigeno. Neppure. E' per sedermi sulla panchina, la sigaretta da accendere, guardando le automobili, pensare un po' a Barry, alla vita breve dei conigli, e la vita lunga da conigli, e altre cose.
Sono uscito alle sette, dopo aver letto la mia faccia nello specchio: c'era la serata scritta, ma non ho badato. L'aperitivo è luculliano, fiacco di amici a parte Marcello, in giacca e cravatta e auto sportiva, il mio aggancio ai party perbene. Parlo con una bionda e timida, che si dichiara intelligente ed estroversa. Non ricordo più che ci siamo detti. I riccastri tornano poveri all'happy hour: quattro, cinque ronde al buffet e denti nel piatto. « Ho comprato casa al mare », dice uno dei nostri, elencando questioni insormontabili d'ammobiliamento. Ho rivisto Barry il coniglio, pacifico, lanoso, fisso sul televisore. Così guardavo, questa gente che scodella i problemucci, le iniziative, le fidanzate, i colleghi. Ritorni coi fatti loro, ti sdrai sul letto, li guardi sfilare come pecore, ma il sonno non viene.
Non poteva mancare il viso contrito, sguaiato, rose in mano e occhi obliqui per la statura, del venditore filippino cacciato dal cameriere, sullo sfondo la fronte dei fidanzati, aggrondata e sudaticcia, nel parlottio della Milano festevole. Sono uscito, d'improvviso ho pensato al Capodanno, al Ferragosto, non so perchè. Volevo le stelle. E c'erano, che cosa inverosimile!, erano inchiodate, cinque o sei.
Marcello ha un terrazzo enorme, stanotte rampollante di minigonne, tacchi, cravatte schiaffeggiate dal vento; le foglie mulinavano dalla piccola serra ai 20 metri quadri di divertimento. Ecco la tizia di prima, la falsa bionda sfrontata. Ora è davvero geniale, coi flutti platino alzati, gli occhi marini, la fronte imperturbabile. Sono ubriaco. E' il settimo giro che Marcello propugna, prima di svanire. Marcello nei suoi party in un attimo diparte. E chi lo vede più. Ricompare il mattino, addosso a una finta bionda, sfrontata, sfrondata, deflorata chissà. Ce l'ho con le tinture: un'idiosincrasia ostinata che viene dall'esperienza. Be' a un tratto la diga s'è rotta. Ho detto alla falsa bionda qualcosa tipo... inteso? nemmeno gli amici hanno capito bene, ma erano in tre e volevano divertirsi. Non era il caso d'indugiare dopo il primo sgrugnone, Marcello dov'è cazzo?, le cravatte proseguivano a ballare, si era in alto, l'acrofobia m'ha suggerito la fuga, nobilmente, attraverso l'ascensore; qui mi sono rivisto la faccia, aveva scritto il fallimento della serata, lo stesso che annunciava l'altro ascensore, perdipiù timbrato da un paio di nocche.
La vecchia casa era a due numeri civici da lì. La piazza deserta e ventosa mi ha accolto, non faceva molto freddo. Considerato l'arco Ferragosto-Capodanno, il tempo era allo zenith, la fine di ottobre. Mi sono abbovato a guardare le automobili, pensare al divertimento chiuso negli abitacoli, di cui uscivano improvvisi fiotti musicali, nitriti di freni e sgommate, colpi di gas dal motore. Poi non saprei. La vecchia finestra è rimasta illuminata? alle mie spalle, come un'abat-jour, un po' consolante un po' fioca. Ma era buia accidenti, quando l'alba s'è accesa, e sulle panchine ubriachi e senzatetto sono in dormiveglia, in ottobre verso le sette.


da malacconcio, giovedì, 29 novembre 2007 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Autore: riuriuchiu

favola moderna

Vivevano in un mondo di pixel, o forse di schizzi stampati su carta per una banale trasmissione di impulsi tra macchine visualizzanti e macchine stampanti.  In questo popolo di immateriali sequenze di bit, loro erano. Esistevano nel loro comporsi in facce, una ciascuno. Espressioni dettate da righe nere su fondo bianco.
Non sappiamo come si siano incontrati; forse affiancati in una cartella condivisa tra due amici lontani, forse  tra gli allegati che un'impiegata romantica seleziona e salva nella posta elettronica, forse abbandonati uno sull'altro appena generati da una laserjet. matisse,visoPossiamo dire, però, ciò che è sotto gli occhi di tutti: è bastato che si sfiorassero.  Incuranti di permessi e regole del dominio da cui erano usciti, senza chiedersi chi fosse il loro proprietario,  sprezzanti del numero di nodi della rete e dei balzi innumerevoli necessari per congiungere i loro originali, hanno istantaneamente avvertito l'istinto dell'unione. Immaginiamo con discreta precisione qualcosa del resto della storia: il loro cercarsi incessante, fra miriadi di copie  insignificanti, in un'overdose di messaggi contraddittori, tra gli ostacoli naturali e i colli di bottiglia del mondo cibernetico.  Intuiamo quel fissarsi del pensiero sulle forme e sulle emozioni, sulla bellezza, insomma che nasce dal loro intreccio.
E pensiamo che lui, un giorno, le prenderà la mano e, con un bacio dolcissimo, comincerà a esplorarla. Lei si lascerà scoprire, nella gioia del dono di sè, sentendomatisse, viso quel nodo che si stringe nel profondo quando due esseri sono una cosa sola. Il darsi e l'aversi non avranno misura, e da reciproci gesti altre reciprocità avranno origine, perchè due non siano più due, ma uno ed infinito.


(con una dedica speciale all'ariete e alla sua desy, a desy e al suo ariete)
da riuriuchiu, domenica, 25 novembre 2007 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Autore: Cenresig

LEI CHE NON SA DI ME- METARACCONTO

scrivere-... Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino, il copricapo turco, il braccialetto con il cuore...-

- Continua.-

- La nuca di quello che incontro sull'autobus, i lacci delle Kickers, le sei meno cinque del mattino...-

Lui la guarda, quasi nello stesso momento, un ragazzo ha trovato la soluzione a un difficile problema di matematica, lontano, nell'Idaho, in una scuola superiore, un maschio, bianco, seduto accanto a una ragazza con le lentigini, lei, la ragazza non ci è ancora arrivata e si arrovella.
Lui la guarda e le dice di continuare, lei continua:-

L'indice della mano destra sulla tastiera, le fosse nasali, l'ultima onda non esiste...-

Lui le ficca dentro un dito, nella bocca, le tocca la guancia dall'interno, le afferra la lingua:-

Continua.- Le dice.

- R..tli...d...ca...rtttta...ig....iiiien...iiicc....a.-

-Rotoli di carta igienica.- Ripete lui.

Adesso la sua mano è completamente scomparsa nella bocca di lei, l'altra mano invece la sditalina ben benino, lei soffoca e raggiunge l'orgasmo. Lui si riveste, indossa una giacca dal taglio inglese con le toppe verdi sulle maniche, esce in strada si perde tra la folla di Roma.

Il ragazzo nell'Idaho esce da scuola, soddisfatto, ama la matematica ma non tanto quanto la poesia, su un taccuino nero ha tenuto assieme parole e stralci, un abbozzo o quasi, l'impronta del piede quando ancora non carica tutto il peso del corpo, un tentativo di scrittura o di esistenza, queste parole:

-... Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino, il copricapo turco, il braccialetto con il cuore...-

- Continua.-

- La nuca di quello che incontro sull'autobus, i lacci delle Kickers, le sei meno cinque del mattino...-

Lui la guarda, quasi nello stesso momento, un ragazzo ecc...ecc...:- Scrive la ragazza con le lentiggini seduta accanto al ragazzo che ha appena risolto un difficile problema di matematica.

Insomma, giunti alla fine chi tesse il ricamo, l'ordito, la trama è la ragazza con le lentiggini, peccato che lei, lo capirete anche voi, non sappia di me.

da Cenresig, giovedì, 01 novembre 2007 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Autore: riuriuchiu

Monomania

La panchina in pietra del binario 5 è così fredda che ti fa sentire i pantaloni bagnati anche quando è asciutta, accidenti. Una sensazione spiacevole che solo Martina ha il coraggio di affrontare prima del treno delle 7,12. Mandare messaggini però è scomodo stando in piedi: il polso non ha appoggio, il telefono ondeggia lievemente, con la luce oscillante non si legge bene il monitor.

<xx xxx, come ieri e più di ieri. Inutile ripetere>

Destinatario, sempre lui, PTK; così memorizzato, con un nick trilettere dal sapore sinteticamente straniero. Lo si direbbe, in realtà, un cavaliere inesistente: nessuna risposta, totale apatia alle dichiarazioni di lei.

Ore 10,30 intervallo sul lavoro. Davanti al distributore automatico di caffè, lei scrive: < piove come la mia voglia di viverti, che si infila negli interstizi e nelle crepe dei muri.>. Ore 10,32, aggiunge: <La sento gorgogliare per le vene come nei canali di gronda>

PTK, lui, vive nel silenzio, evidentemente.

Ore 13,30, pausa pranzo. Da una anonima e un po’maleolente tavola calda, lei digita:<sembrerebbero uguali le attese, ma così non è. Io attendo, la mente immobile, il momento giusto per te e per me.>

Ore 15,30 pausa caffè di metà pomeriggio: <vorrei chiamarti per nome, perché chiamarti è un po’ come morderti. Mi neghi anche questo?>

Ore 18,45, fine lavoro: <il tuo pensiero è aria libera. Pensiero che basta a se stesso, senza bisogno di nulla di fisico>

Ore 20,00, sfuggita un attimo in bagno durante la cena coi genitori e la sorella: <sai che il mio volerti resta, tutto metafisico>

Ore 22,35, davanti a un libro: < in ogni frase scritta ci sei tu>

Ore 23,30, prima di spegnere la luce, già nel caldo delle coperte: <il potere dei sogni è nel loro non essere veri, il potere del tuo amore è nel tuo essere iperuranio>

Alle ore 23,32, un cicalino avvisa che PTK è vivo, esiste: <…>

Ecco: lui vuole sesso, lei no. Questo è il risultato.

da riuriuchiu, sabato, 27 ottobre 2007 | Permalink | commenti (11) / commenti (11) (pop-up)
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Autore: Cenresig

NON RESTA POI MOLTO

50P47ANon resta poi molto,

le giornate hanno indossato abiti grigi, gocciolanti.

Non resta poi molto dopo aver ucciso.

Le schiere degli imbecilli, le processioni dei teledipendenti, gli affezionati dei quotidiani.

Ho ucciso per legittima difesa,

ho il sangue sotto le unghie, rappreso.

L'ultima vittima, non resta poi molto, è rimasta con gli occhi spalancati, qualche dente è scivolato nel lavandino.

Mia moglie mi offre una sigaretta,

la estrae dal pacchetto,

le macchie di sangue,

quelle non le vede,

cieca all'orrore

mi chiede se voglio fumare.

-Si, grazie.-

Le rispondo.

"Clic", fa l'accendino.

da Cenresig, venerdì, 26 ottobre 2007 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Autore: Cenresig

LE NUVOLE

bimboMi ritrovai a tessere le fila delle nuvole e come se non bastasse l'affitto stava per scadere e qualcuno lo doveva pur pagare. Mi ero abituato e l'abitudine covava la sua nidiata, abituato ad alzarmi alle sette e trenta, ogni mattino, un orologio svizzero o belga, fate voi. Un caffè al bar, un giro intorno al lago, il resto della giornata sarebbe venuto da sè e un giorno venne. Una bambina con un vestito rosso mi chiese - Sai tessere le fila delle nuvole?-

-Volendo, si.- Le risposi.

- E come fai?- Continuò la bambina incuriosita, più alta, voleva farmi credere fosse più alta della sua età, si mise sulle punte dei piedi.

- Con le mani, con le mie mani ne prendo i lembi, sono soffici, le nubi si ribellano al tocco umano, non sono avvezze alla carne e poi...-

- E poi?- Mi chiese la bambina in attesa.

- E poi le lego con nodi stretti come faccio con le parole che stai ascoltando e se ti sembra di soffocare non ci pensare, anche le nuvole soffocano tra le mie mani, ma tu non ci pensare cara la mia bambina, chè le parole se ti tolgono la vita è per dartene una migliore.-

La bambina sorrise di un sorriso suo fatto di nuvole e parole e come gesto mi diede un bacio sulla guancia per poi scomparire tra gli alberi, tra le nuvole, tra le parole.

da Cenresig, martedì, 16 ottobre 2007 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Autore: malacconcio

Altea e la memoria



La grana fotografica l'hanno deturpata il tempo e lo spazio dove il quadretto è stato conservato, non senza che il sole entrasse a invecchiare la carta, evidenziare la polvere e l'incuria che ha vegliato sull'icona, solo lei, ma meglio che il niente di un braccio demolitore, o il niente del fuoco, di un terremoto.
Si sa che le foto, questo genere di fotografie, servono davvero all'autore, a nessun altro. Attivano i movimenti dei fondali, le onde, il sobbollire della memoria. La testimonianza di una vita allontana il sogno, il dubbio, il sospetto dell'infondatezza, del nonsenso che il tempo secerne. La fotografia chiama, richiama.
E ho visto lei, ancora, come dicevo antica, vecchia, in bianco e nero, ma giovane di una giovinezza ridicola oggi: il taglio di capelli, i vestiti, lo sguardo e il piglio irresoluti.
Nel tempo la donna ha camminato lentamente sull'esperienza: ed è soltanto questa lentezza che ha preservato il corpo, i lineamenti, le ombre del viso, come nella foto. Bisogna vivere per invecchiare. La vita lenta è lunga, ha l'aroma della saggezza, del distacco, dell'ideale, del dominio sui sentimenti. Dell'esorcismo del dolore. Senonchè il dolore non può esorcizzarsi: è una fonte infinita e insaziabile; ed è pure la radice, l'ineluttabile groviglio che ci fa diversi, ci dona l'identità. Il mondo dal bianco e nero si è dipinto, ha voluto distinguere i colori; quando la tecnica ci faceva sempre più uguali, sostituibili, rovesciando la parola identità. Questa donna ha trovato nel dolore, nell'esorcismo impossibile (solo la morte ce ne libera) una via maestra.
Non c'era persona sana e disperata che non andasse da lei a confessarsi. Raccontare, addossare, eviscerare. Lei ascolta, comunque, sempre. L'empatia che per metà è conoscere il dolore questo settimo senso lo aveva per tutti. Quasi tutti.
Sul luogo di lavoro, una fabbrica tessile, era per tutti un confessore. Sempre con un orecchio laico, umano, sincero. Instancabile e senza una missione.
Ora la casa è un museo, tanto è affollata e inviolabile. Le pareti sono arricciate in superficie, ingiallite forse per l'umidità. Come una pergamena intonsa. Il legno scuro dei mobili, i libri ancora all'interno delle scansie, un televisore di vent'anni fa... Perchè tutto resta identico e diverso? Uguale agli occhi dei reduci, degli sfollati; diverso al freddo tatto, all'opacità dello sguardo di chi non c'era.


da malacconcio, venerdì, 12 ottobre 2007 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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Autore: malacconcio

Nella vergine



 

E' rientrato, un po' surrettiziamente, spegnendo la luce, immergendosi nel buio di casa a piccoli passi. La serata non è andata granchè, con una pizza fritta nello stomaco, le orecchie piene di chiacchiericcio di cui resta l'eco deprimente: mutui strozzavita, affitti inesorabili, levatacce alle cinque e mezza. Tutte cose che Ettore, dal suo microcosmo di ritardi universitari, feste e simposi coi compagni dappoco e simili per carattere, non aveva mai considerato. Semplicemente quelle faccende accadevano oltre la frontiera peraltro sempre in movimento della Laurea.
L'università: grande baracca o chioccia che ripara dalla Vita Vera per un po' almeno i tipetti come Ettore. Gente abituata a citare la Realtà con un grado di astrazione e distacco, strafottente ironia, che fa rabbrividire gli amici di vecchia data che sono diventati adulti l'hanno invitato stasera, per una semplice pizza. Non era una semplice pizza.
Sono arrivati in pizzeria nello stesso momento, riconoscendosi nel parcheggio. Ognuno aveva alle spalle l'automobile: la punta d'iceberg del proprio capitale di maturità. Antonio ha salutato Ettore mettendosi di taglio: compariva in tutta la lunghezza la Hyundai Coupe, a voler dire che il famoso Posto in Banca, l'aveva preso sì! Alla faccia del grattaculo di Ettore, che s'era presentato in bicicletta, ma indossava un'espressione da ciclista compiaciuto, una fatica da maglia rosa.
Poi al saluto si erano aggiunti la Punto, la Mercedes SLK, la Panda aerografata a fulmini e la Kawasaki Ninja. Quest'ultima non si distingueva tanto, sfortunatamente il crepuscolo s'era addensato vicino al parcheggio delle moto. Sprizzò di felicità Arturo, quando Antonio per esternare la sua competenza in Motori, sbottò:
« Ha preso una Ducati, il mattacchione! »
« Veramente si munì di sorrisetto è una Ninja »
« Ah hai fatto i soldi, allora! » disse Ettore bonario, che non conosceva neanche lontanamente il costo di... una Ninja.
Entrarono. Uno per volta. Videro la vasca di pesci sulla sinistra, il porta-cartoline pubblicitarie, lo scorcio di forno. C'era il pizzaiolo, tempie che grondavano; infornava dischi macchinalmente, sempre con la stessa faccia. « Vi assicuro la pizza la sanno fare », contemplò Antonio.
Ettore era felice. Il punto è che una volta seduti, ad auto parcheggiate, ognuno cominciò ad addossare i propri fatti al vicino. Nel reciproco scaricarsi, Ettore era una resistenza indesiderata, e venne estromesso dal circuito.
800 di mutuo, lo dividerò con la mia metà... la sveglia la punto alle cinque, per sicurezza, perchè mi devo lavare, incravattare... tra poco ci sarà la fusione, verremo inculati forse... sì, perchè io abito con sei colleghi, andiamo d'accordo ...sono responsabile al Lidl di Masnate, faccio pulizie, cassa, sicurezza, stipendio bassino 700, aspetto l'occasione per fuggire all'Euronics...

Due ore più tardi accende l'abat-jour, ginocchia sul letto, senza sonno.
Inquadra l'autoritratto sul muro di fronte. Ci somiglia? un po' romantico un po' post-impressionista, di tutto un po'. E' lui. La cascata di occhiaie preoccupate dei commensali eccola. Ispirato inizia a disegnare, a matita, su un quadernetto impolverato, caduto dall'alto della libreria l'altro giorno.
Tratteggia i visi angosciati, tumefatti, come solo Schiele avrebbe potuto. No: anche Lucian Freud. Ma a pensarci, e ci pensa... sta facendo questo ai suoi compagni di scuola, perchè? è invidioso della loro carriera? Prima d'impegnarsi nella risposta, attenzione: sulla pagina vergine, l'ultima del quaderno, è comparso un chewingum rappreso, pietrificato, gloriosamente fossile. E una scritta leggera leggera. Spaventato volta pagina, ribalta il quaderno e legge: “Mate”. Il quaderno di matematica, accidenti.
Il compagno di banco storico, Arturo, prima di acquistare la Ninja, era un tipetto schivo e secchione. Laureato in ingegneria, è ancora l'ossuto e ruvido di un tempo, solo è passato da mate a moto, conservando l'espressione riguardosamente anonima. Sta pensandoci Ettore, occhi sul fossile, nel tentativo di decodificare la scritta, sotto, che associa alla cacografia arturiana, spigolosa minuta, indecisa, SEI U--
Ettore accende pure l'alogena. La stanza è bianca, le ombre raddoppiate, l'assetto scenografico di un'agnizione. NA CA--
NA CA?
Strizza un po' le pupille Ettore!, si dice mentalmente.
CCOLA.
Rilegge: SEI UNA CACCOLA.
Sotto campeggia lo scaracchio di cingomma, quasi di gesso ormai, simile ai sigilli cerati d'un secolo fa. Ha la smorfia di chi trova l'antica lettera del parente trapassato: e invece dell'eredità scopre un annoso vaffanculo.
Chiude il quaderno, spolvera “Mate” l'ultima volta giura. Lo spedisce a frisbi ai piani alti della scansia.
Spegne l'alogena. Spegne l'abat-jour.
E' ora di dormire.
Domani è un altro—CACCOLA, CACCOLA
Avevo una serpe in seno, ci pensa e ripensa.
CACCOLA, CACCOLA!
E vede i mutui, le ipoteche e le cambiali degli amici piovere sul suo capezzale, lo vogliono seppellire. Stanotte anche le moto passano frequenti, o no è ipersensibile. Ma sì ma sì, domani è un altro—CACCOLA CACCOLA
Si solleva di scatto, afferra la matita dal comodino, schioda il ritratto, gira il foglio A4, ricomincia a disegnare i musi lunghi grigi, spigolosi occhiocerchiati, senza capelli... CACCOLA CACCOLA
Si addormenterà all'alba, faccia sul retro del suo ritratto: come una maschera; o meglio una Vergine di Norimberga e al posto di spilloni all'interno cambiali, orari appuntiti, mutui a tasso variabile, CACCOLA CACCOLA CA––



*Vergine di Norimberga
La macchina che consiste in una specie di armadio metallico a misura d'uomo (..) pieno di lunghi aculei appuntiti che penetrano nella carne senza ledere organi vitali.
Il condannato ipoteticamente veniva fatto entrare in questo "sarcofago" e, chiudendo le ante, veniva trafitto dai suddetti aculei in ogni zona del corpo, morendo lentamente tra atroci dolori.
(...) Il nome del gruppo musicale heavy metal degli Iron Maiden deriva dal nome inglese di questa macchina.

(fonte: Wikipedia)

da malacconcio, giovedì, 11 ottobre 2007 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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Autore: riuriuchiu

Specchi

 

Specchi

(Piccolo premessa: questo è un racconto scritto a quattro mani da Riuriuchiu e da Cenresig. Buona lettura)

Io non ho mai creduto ai suoi specchi; ne aveva la casa piena, erano ovunque, di tutte le forme, c'erano anche quelli profumati, aveva appeso sacchetti di lavanda sulle cornici e quelli colorati, quelli rotti.

Lui diceva che erano magici. Sosteneva che ad ognuno era associato un preciso potere: la preveggenza, la lettura del pensiero, la visione di persone lontane, il contatto con l'aldilà.

Io per conto mio sono stata sempre scettica, ma andò a finire che me lo sposai e la stranezza dei suoi specchi me la ritrovai in casa. Fu prima della nascita di Manuel che gli dissi di farla finita. Oltretutto mi sembrava che con il tempo una patina oscura si stendesse sulla loro superficie, benché la signora Maria li spolverasse costantemente. Uno strato di grigiore innaturale che trasmetteva un che di cupo a tutti gli angoli della casa.

Il tempo. Gli specchi mi facevano pensare al trascorrere del tempo, stavo invecchiando. Possibile che la pelle di mio marito rimanesse sempre quella, fresca ed elastica? Che fine stavo facendo io? Trascorsero dodici mesi, forse meno, Manuel nacque prematuro, gli specchi erano ancora lì. Io sembravo invecchiata di dieci anni.

Fu una mattina che cominciai ad avvertire uno strano suono, una nota, di intonazione indefinibile, che vibrava per casa, ovunque. Non la sentivo provenire da un luogo o un oggetto particolare. La percepivo dentro me, in tutta la sua stancante monotonia.

Era come leggere "La nausea" di Sartre. Non riuscivo a stare in piedi. Di colpo gli specchi mi guardarono; non ero io a guardare loro, ma il contrario. Sentii il mio bambino piangere nell'altra stanza, volevo muovermi, ma rimasi bloccata, impietrita sulla poltrona. Apparve, non attraversò la porta, ma apparve mio marito. Mi disse che c'era un patto da rispettare, che io ero in gioco.

È incredibile come, in un momento in cui abbiamo sempre pensato che uno sguardo avrebbe potuto salvarci, i nostri occhi fuggano a guardare altrove, come per guidare la fuga del corpo, che, invece, paralizzato, non reagisce.

- Che succede? - Riuscii a dire.

- A volte capita che qualcuno ci debba rimettere qualcosa: l'onore, la bellezza, la vita, la vita di Manuel.- Sorrideva, pensavo stesse scherzando.

Urlai, lo vidi dirigersi nella camera del bambino, dagli specchi venne fuori una luce abbagliante.

Mi ricordo l'odore della mia camera da letto, quella nella quale dormivo da bambina, l'odore della canfora, della pelle delle bambole. E' strano come in un momento di pazzia come quello mi venissero in mente tali ricordi. Mio marito era impazzito, definitivamente.

Ricordai così di avere accanto un oggetto che da bambina mi aveva sempre affascinata: un soprammobile sferico, di marmo, apparentemente leggiadro, un oggetto dalle miriadi di sfumature. E dal passato dei ricordi d'infanzia, e da quella nota che aumentava di volume, e dalla vista di mio figlio che cercava di sfuggire al padre, la forza  entrò nel mio braccio destro, che afferrò la sfera scagliandola con millimetrica precisione appena sopra le vertebre cervicali del pazzo.

Non era più mio marito, noi madri siamo così, era in pericolo mio figlio, non mi voglio giustificare, quello che è accaduto quel giorno ha del surreale e nemmeno io ci credo più. Mio marito mi guardò con la faccia di lucertola, sibilò qualcosa. Pregai che tutto finisse, pregai che quegli specchi scomparissero che tutto tornasse come prima. Fu allora che entrò qualcuno nella stanza, fu allora che mi portarono via. Una puntura nel collo mi chiuse la bocca e mi tolse le forze. Ora non mi lasciano andare dove voglio. Mi tengono qui. Dicono che sono in attesa di giudizio.

La camera è bianca, non credono nella mia versione dei fatti. Quando mi hanno trovato c'ero io che stringevo il collo di Manuel, mio marito non c'era, loro dicono così. Io guardo fuori dalla finestra e a volte mi specchio nella Luna, ma maledico anche quello specchio, lo maledico.

(by riu&giuseppe)

da riuriuchiu, martedì, 09 ottobre 2007 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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Autore: Cenresig

IL SIGNOR MANGIACORVI

desesperacionPovero signor Mangiacorvi, nessuno se ne ricorda più. Lo hanno dimenticato ed ecco che quando le forze del male scendono sulla terra le persone si rivolgono a Batman, quelli di Gotham city, o all’Uomo ragno. Ma qui, qui nella provincia siamo lontani dai super eroi. Nel mio personalissimo caso quando ho avuto bisogno, quella notte, ho pensato subito a lui, al signor Mangiacorvi. Disteso sul letto, non riuscivo a prendere sonno, sarà stata la notizia che mi aveva dato mia moglie qualche ora prima, “sono incinta”, mi aveva detto con un’aria sbarazzina che mi faceva pensare a lei, non adulta, non matura, non madre, ma a una ragazza di appena quindici anni all’uscita di scuola. E’ andata così. Appresa la notizia ho fatto salti di gioia, una bevuta assieme e abbiamo fatto l’amore. Lei  è andata a lavarsi, si è messa giù e si è addormentata, il sonno dei giusti. Io sono rimasto sveglio a guardare la luce della Luna che entrava dalla finestra raffreddando i miei entusiasmi. Erano le tre di notte, quando la porta della camera si è aperta e un bimbo ha fatto il suo ingresso, non ho acceso la luce, non ho urlato, ma come se fosse la cosa più normale del mondo gli ho chiesto “tu chi sei?”, il bimbo aveva addosso un maglione logoro e un paio di pantaloncini che gli lasciavano scoperte le ginocchia, ai piedi un paio di scarpe da ginnastica consumate, sul viso una smorfia d’odio, odio vero. “Mi dici chi sei?”, ho ripetuto stando attento a non svegliare mia moglie. Lui mi ha risposto, la voce era innaturale, non apparteneva a quella di un bambino, era una voce di vecchio, rauca, tremolante, “tuo figlio morirà, tua moglie soffrirà i peggiori dolori, tu rimarrai solo”. E’andata così. Il mattino dopo pensavo di aver sognato e non ne ho fatto parola a mia moglie. Solo a sera, mentre mi facevo la doccia, l’ho visto apparire tra il vapore delle piastrelle del bagno. “Ancora qui?” gli ho detto. Lui mi ha mostrato i denti, erano i denti di un cane rabbioso, ha abbaiato. Ho avuto paura e me la sono fatta addosso, l’urina si mescolava all’acqua che veniva giù. Poi è andato via. Per un po’ di giorni sono stato depresso, mia moglie pensava che non l’amassi più. Si chiedeva come mai dopo aver ricevuto la notizia della nascita del nostro bambino, io mi stessi comportando in maniera così strana, la notte invece di dormire passeggiavo nervosamente per la camera, non mi facevo più la barba, parlavo poco e a volte piangevo, così senza motivo. Fu una sera, mentre aspettavo di vedermelo comparire all’improvviso, pensai al signor Mangiacorvi. Me ne parlava mia nonna, spesso trascorrevo i pomeriggi da lei, aveva un gatto grasso e le galline. Più volte il gatto ha cercato di afferrarne una, più volte loro gli hanno fatto passare la voglia beccandolo a dovere. Quelle scene erano divertenti e me le porto dietro. Mia nonna è morta, anche se qualche volta mi appare in sogno ed è sempre felice. Io penso sia diventata un angelo e stia in paradiso. Mi raccontò del signor Mangiacorvi che era riuscito a scacciare dal paese nel quale viveva un ubriacone che molestava le bambine. Il sindaco e sua moglie, che era mia nonna, pregarono che si facesse vivo e così fu. Un giorno bussò alla loro porta un uomo alto con una camicia bianca e un paio di bretelle, aveva pochi capelli, per lo più ai lati, un paio di guanti neri e calzoni eleganti, niente di strano a parte il fatto che masticava qualcosa e dalla bocca gli uscivano delle piume nere. Il signor Mangiacorvi era ghiotto di corvi, li mangiava vivi, ma non poteva toccarli con le mani, dunque l’unica sua fonte di sostentamento doveva provenire dagli altri, da qualche anima buona che ne prendesse un paio e glieli ficcasse in bocca vivi, al resto ci avrebbe pensato lui. Mia nonna e suo marito, il sindaco, in questo modo riuscirono a far scomparire il molestatore di bambine, un uomo grasso e forte che aveva picchiato chiunque osasse ribellarsi al suo volere di orco. Ci pensò il signor Mangiacorvi, si presentò nella tana dell’ubriacone che viveva ai margini del paese, in una baracca di lamiera e lo pestò a dovere usando i suoi poteri magici che nessuno sapeva dove gli avesse appresi. Da quel giorno l’orco ubriacone non si fece più vedere. Ma le persone del paese non credevano nella bontà del signor Mangiacorvi, a loro sembrava impossibile credere che un uomo che divorasse corvi vivi potesse arrecare del bene alla comunità. Il prete assieme ad altri uomini lo scacciarono dal paese con i forconi e lui venne dimenticato.

Questa notte ho pregato che apparisse e così è stato. “Ciao Dario”, mi ha detto. “Buonasera signor  Mangiacorvi” . Mi ha detto di essere affamato. Gli ho spiegato la storia del bambino che veniva a farmi visita, gli ho detto che il bambino era cattivo, era il male. Lui ha fatto di sì con la testa, poi si è messo a sedere perché non riusciva a stare in piedi. Mi ha detto di conoscere quel bambino, mi ha detto che si chiamava Tobi Tobi ed era un suo vecchio amico ai tempi dell’apprendistato in stregoneria. Poi le loro strade si erano divise e mentre il signor Mangiacorvi usava i suoi poteri per il bene, Tobi Tobi era portatore di disgrazie e molti suoi colpi erano andati a segno.

C’è questa scena che ricordo, poi il signor Mangiacorvi è scomparso, ma voglio pensare che quando qualcuno ha bisogno di una mano, lui si faccia nuovamente vivo.

Dietro casa, abbiamo il capanno degli attrezzi, la porta è di legno, io sono sul retro, il signor Mangiacorvi sgranocchia le ossa e il becco di un corvo nero che gli ho procurato, il bambino gli sta di fronte, ha la lingua biforcuta. I due si riconoscono, la Luna è alta nel cielo, i rami degli alberi tremano, dalla pancia del bambino vengono fuori mille rospi, sono velocissimi, saltellano e sputano, ricoprono il corpo del signor Mangiacorvi, ma una luce bianca e rovente viene fuori dal suo corpo. La notte si illumina dei bagliori delle fiamme, i rospi bruciano, il bambino piange, il male si arrende, poi tutto finisce, così in un battibaleno. L’ho raccontato a mia moglie, lei mi ha sorriso, non ha detto nulla, solo mi ha sorriso e mi ha detto che mi ama perché credo alle favole. Io ho pensato che fosse vero. Amo le favole, quelle colorate, quelle nere, quelle che raccontano del mio amico, il signor Mangiacorvi.

da Cenresig, domenica, 07 ottobre 2007 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: racconti, giuseppe merico


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