-... Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino, il copricapo turco, il braccialetto con il cuore...-
- Continua.-
- La nuca di quello che incontro sull'autobus, i lacci delle Kickers, le sei meno cinque del mattino...-
Lui la guarda, quasi nello stesso momento, un ragazzo ha trovato la soluzione a un difficile problema di matematica, lontano, nell'Idaho, in una scuola superiore, un maschio, bianco, seduto accanto a una ragazza con le lentigini, lei, la ragazza non ci è ancora arrivata e si arrovella.
Lui la guarda e le dice di continuare, lei continua:-
L'indice della mano destra sulla tastiera, le fosse nasali, l'ultima onda non esiste...-
Lui le ficca dentro un dito, nella bocca, le tocca la guancia dall'interno, le afferra la lingua:-
Continua.- Le dice.
- R..tli...d...ca...rtttta...ig....iiiien...iiicc....a.-
-Rotoli di carta igienica.- Ripete lui.
Adesso la sua mano è completamente scomparsa nella bocca di lei, l'altra mano invece la sditalina ben benino, lei soffoca e raggiunge l'orgasmo. Lui si riveste, indossa una giacca dal taglio inglese con le toppe verdi sulle maniche, esce in strada si perde tra la folla di Roma.
Il ragazzo nell'Idaho esce da scuola, soddisfatto, ama la matematica ma non tanto quanto la poesia, su un taccuino nero ha tenuto assieme parole e stralci, un abbozzo o quasi, l'impronta del piede quando ancora non carica tutto il peso del corpo, un tentativo di scrittura o di esistenza, queste parole:
-... Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino, il copricapo turco, il braccialetto con il cuore...-
- Continua.-
- La nuca di quello che incontro sull'autobus, i lacci delle Kickers, le sei meno cinque del mattino...-
Lui la guarda, quasi nello stesso momento, un ragazzo ecc...ecc...:- Scrive la ragazza con le lentiggini seduta accanto al ragazzo che ha appena risolto un difficile problema di matematica.
Insomma, giunti alla fine chi tesse il ricamo, l'ordito, la trama è la ragazza con le lentiggini, peccato che lei, lo capirete anche voi, non sappia di me.
Non resta poi molto,
le giornate hanno indossato abiti grigi, gocciolanti.
Non resta poi molto dopo aver ucciso.
Le schiere degli imbecilli, le processioni dei teledipendenti, gli affezionati dei quotidiani.
Ho ucciso per legittima difesa,
ho il sangue sotto le unghie, rappreso.
L'ultima vittima, non resta poi molto, è rimasta con gli occhi spalancati, qualche dente è scivolato nel lavandino.
Mia moglie mi offre una sigaretta,
la estrae dal pacchetto,
le macchie di sangue,
quelle non le vede,
cieca all'orrore
mi chiede se voglio fumare.
-Si, grazie.-
Le rispondo.
"Clic", fa l'accendino.
Mi ritrovai a tessere le fila delle nuvole e come se non bastasse l'affitto stava per scadere e qualcuno lo doveva pur pagare. Mi ero abituato e l'abitudine covava la sua nidiata, abituato ad alzarmi alle sette e trenta, ogni mattino, un orologio svizzero o belga, fate voi. Un caffè al bar, un giro intorno al lago, il resto della giornata sarebbe venuto da sè e un giorno venne. Una bambina con un vestito rosso mi chiese - Sai tessere le fila delle nuvole?-
-Volendo, si.- Le risposi.
- E come fai?- Continuò la bambina incuriosita, più alta, voleva farmi credere fosse più alta della sua età, si mise sulle punte dei piedi.
- Con le mani, con le mie mani ne prendo i lembi, sono soffici, le nubi si ribellano al tocco umano, non sono avvezze alla carne e poi...-
- E poi?- Mi chiese la bambina in attesa.
- E poi le lego con nodi stretti come faccio con le parole che stai ascoltando e se ti sembra di soffocare non ci pensare, anche le nuvole soffocano tra le mie mani, ma tu non ci pensare cara la mia bambina, chè le parole se ti tolgono la vita è per dartene una migliore.-
La bambina sorrise di un sorriso suo fatto di nuvole e parole e come gesto mi diede un bacio sulla guancia per poi scomparire tra gli alberi, tra le nuvole, tra le parole.

(Piccolo premessa: questo è un racconto scritto a quattro mani da Riuriuchiu e da Cenresig. Buona lettura)
Io non ho mai creduto ai suoi specchi; ne aveva la casa piena, erano ovunque, di tutte le forme, c'erano anche quelli profumati, aveva appeso sacchetti di lavanda sulle cornici e quelli colorati, quelli rotti.
Lui diceva che erano magici. Sosteneva che ad ognuno era associato un preciso potere: la preveggenza, la lettura del pensiero, la visione di persone lontane, il contatto con l'aldilà.
Io per conto mio sono stata sempre scettica, ma andò a finire che me lo sposai e la stranezza dei suoi specchi me la ritrovai in casa. Fu prima della nascita di Manuel che gli dissi di farla finita. Oltretutto mi sembrava che con il tempo una patina oscura si stendesse sulla loro superficie, benché la signora Maria li spolverasse costantemente. Uno strato di grigiore innaturale che trasmetteva un che di cupo a tutti gli angoli della casa.
Il tempo. Gli specchi mi facevano pensare al trascorrere del tempo, stavo invecchiando. Possibile che la pelle di mio marito rimanesse sempre quella, fresca ed elastica? Che fine stavo facendo io? Trascorsero dodici mesi, forse meno, Manuel nacque prematuro, gli specchi erano ancora lì. Io sembravo invecchiata di dieci anni.
Fu una mattina che cominciai ad avvertire uno strano suono, una nota, di intonazione indefinibile, che vibrava per casa, ovunque. Non la sentivo provenire da un luogo o un oggetto particolare. La percepivo dentro me, in tutta la sua stancante monotonia.
Era come leggere "La nausea" di Sartre. Non riuscivo a stare in piedi. Di colpo gli specchi mi guardarono; non ero io a guardare loro, ma il contrario. Sentii il mio bambino piangere nell'altra stanza, volevo muovermi, ma rimasi bloccata, impietrita sulla poltrona. Apparve, non attraversò la porta, ma apparve mio marito. Mi disse che c'era un patto da rispettare, che io ero in gioco.
È incredibile come, in un momento in cui abbiamo sempre pensato che uno sguardo avrebbe potuto salvarci, i nostri occhi fuggano a guardare altrove, come per guidare la fuga del corpo, che, invece, paralizzato, non reagisce.
- Che succede? - Riuscii a dire.
- A volte capita che qualcuno ci debba rimettere qualcosa: l'onore, la bellezza, la vita, la vita di Manuel.- Sorrideva, pensavo stesse scherzando.
Urlai, lo vidi dirigersi nella camera del bambino, dagli specchi venne fuori una luce abbagliante.
Mi ricordo l'odore della mia camera da letto, quella nella quale dormivo da bambina, l'odore della canfora, della pelle delle bambole. E' strano come in un momento di pazzia come quello mi venissero in mente tali ricordi. Mio marito era impazzito, definitivamente.
Ricordai così di avere accanto un oggetto che da bambina mi aveva sempre affascinata: un soprammobile sferico, di marmo, apparentemente leggiadro, un oggetto dalle miriadi di sfumature. E dal passato dei ricordi d'infanzia, e da quella nota che aumentava di volume, e dalla vista di mio figlio che cercava di sfuggire al padre, la forza entrò nel mio braccio destro, che afferrò la sfera scagliandola con millimetrica precisione appena sopra le vertebre cervicali del pazzo.
Non era più mio marito, noi madri siamo così, era in pericolo mio figlio, non mi voglio giustificare, quello che è accaduto quel giorno ha del surreale e nemmeno io ci credo più. Mio marito mi guardò con la faccia di lucertola, sibilò qualcosa. Pregai che tutto finisse, pregai che quegli specchi scomparissero che tutto tornasse come prima. Fu allora che entrò qualcuno nella stanza, fu allora che mi portarono via. Una puntura nel collo mi chiuse la bocca e mi tolse le forze. Ora non mi lasciano andare dove voglio. Mi tengono qui. Dicono che sono in attesa di giudizio.
La camera è bianca, non credono nella mia versione dei fatti. Quando mi hanno trovato c'ero io che stringevo il collo di Manuel, mio marito non c'era, loro dicono così. Io guardo fuori dalla finestra e a volte mi specchio nella Luna, ma maledico anche quello specchio, lo maledico.
Povero signor Mangiacorvi, nessuno se ne ricorda più. Lo hanno dimenticato ed ecco che quando le forze del male scendono sulla terra le persone si rivolgono a Batman, quelli di Gotham city, o all’Uomo ragno. Ma qui, qui nella provincia siamo lontani dai super eroi. Nel mio personalissimo caso quando ho avuto bisogno, quella notte, ho pensato subito a lui, al signor Mangiacorvi. Disteso sul letto, non riuscivo a prendere sonno, sarà stata la notizia che mi aveva dato mia moglie qualche ora prima, “sono incinta”, mi aveva detto con un’aria sbarazzina che mi faceva pensare a lei, non adulta, non matura, non madre, ma a una ragazza di appena quindici anni all’uscita di scuola. E’ andata così. Appresa la notizia ho fatto salti di gioia, una bevuta assieme e abbiamo fatto l’amore. Lei è andata a lavarsi, si è messa giù e si è addormentata, il sonno dei giusti. Io sono rimasto sveglio a guardare la luce della Luna che entrava dalla finestra raffreddando i miei entusiasmi. Erano le tre di notte, quando la porta della camera si è aperta e un bimbo ha fatto il suo ingresso, non ho acceso la luce, non ho urlato, ma come se fosse la cosa più normale del mondo gli ho chiesto “tu chi sei?”, il bimbo aveva addosso un maglione logoro e un paio di pantaloncini che gli lasciavano scoperte le ginocchia, ai piedi un paio di scarpe da ginnastica consumate, sul viso una smorfia d’odio, odio vero. “Mi dici chi sei?”, ho ripetuto stando attento a non svegliare mia moglie. Lui mi ha risposto, la voce era innaturale, non apparteneva a quella di un bambino, era una voce di vecchio, rauca, tremolante, “tuo figlio morirà, tua moglie soffrirà i peggiori dolori, tu rimarrai solo”. E’andata così. Il mattino dopo pensavo di aver sognato e non ne ho fatto parola a mia moglie. Solo a sera, mentre mi facevo la doccia, l’ho visto apparire tra il vapore delle piastrelle del bagno. “Ancora qui?” gli ho detto. Lui mi ha mostrato i denti, erano i denti di un cane rabbioso, ha abbaiato. Ho avuto paura e me la sono fatta addosso, l’urina si mescolava all’acqua che veniva giù. Poi è andato via. Per un po’ di giorni sono stato depresso, mia moglie pensava che non l’amassi più. Si chiedeva come mai dopo aver ricevuto la notizia della nascita del nostro bambino, io mi stessi comportando in maniera così strana, la notte invece di dormire passeggiavo nervosamente per la camera, non mi facevo più la barba, parlavo poco e a volte piangevo, così senza motivo. Fu una sera, mentre aspettavo di vedermelo comparire all’improvviso, pensai al signor Mangiacorvi. Me ne parlava mia nonna, spesso trascorrevo i pomeriggi da lei, aveva un gatto grasso e le galline. Più volte il gatto ha cercato di afferrarne una, più volte loro gli hanno fatto passare la voglia beccandolo a dovere. Quelle scene erano divertenti e me le porto dietro. Mia nonna è morta, anche se qualche volta mi appare in sogno ed è sempre felice. Io penso sia diventata un angelo e stia in paradiso. Mi raccontò del signor Mangiacorvi che era riuscito a scacciare dal paese nel quale viveva un ubriacone che molestava le bambine. Il sindaco e sua moglie, che era mia nonna, pregarono che si facesse vivo e così fu. Un giorno bussò alla loro porta un uomo alto con una camicia bianca e un paio di bretelle, aveva pochi capelli, per lo più ai lati, un paio di guanti neri e calzoni eleganti, niente di strano a parte il fatto che masticava qualcosa e dalla bocca gli uscivano delle piume nere. Il signor Mangiacorvi era ghiotto di corvi, li mangiava vivi, ma non poteva toccarli con le mani, dunque l’unica sua fonte di sostentamento doveva provenire dagli altri, da qualche anima buona che ne prendesse un paio e glieli ficcasse in bocca vivi, al resto ci avrebbe pensato lui. Mia nonna e suo marito, il sindaco, in questo modo riuscirono a far scomparire il molestatore di bambine, un uomo grasso e forte che aveva picchiato chiunque osasse ribellarsi al suo volere di orco. Ci pensò il signor Mangiacorvi, si presentò nella tana dell’ubriacone che viveva ai margini del paese, in una baracca di lamiera e lo pestò a dovere usando i suoi poteri magici che nessuno sapeva dove gli avesse appresi. Da quel giorno l’orco ubriacone non si fece più vedere. Ma le persone del paese non credevano nella bontà del signor Mangiacorvi, a loro sembrava impossibile credere che un uomo che divorasse corvi vivi potesse arrecare del bene alla comunità. Il prete assieme ad altri uomini lo scacciarono dal paese con i forconi e lui venne dimenticato.
Questa notte ho pregato che apparisse e così è stato. “Ciao Dario”, mi ha detto. “Buonasera signor Mangiacorvi” . Mi ha detto di essere affamato. Gli ho spiegato la storia del bambino che veniva a farmi visita, gli ho detto che il bambino era cattivo, era il male. Lui ha fatto di sì con la testa, poi si è messo a sedere perché non riusciva a stare in piedi. Mi ha detto di conoscere quel bambino, mi ha detto che si chiamava Tobi Tobi ed era un suo vecchio amico ai tempi dell’apprendistato in stregoneria. Poi le loro strade si erano divise e mentre il signor Mangiacorvi usava i suoi poteri per il bene, Tobi Tobi era portatore di disgrazie e molti suoi colpi erano andati a segno.
C’è questa scena che ricordo, poi il signor Mangiacorvi è scomparso, ma voglio pensare che quando qualcuno ha bisogno di una mano, lui si faccia nuovamente vivo.
Dietro casa, abbiamo il capanno degli attrezzi, la porta è di legno, io sono sul retro, il signor Mangiacorvi sgranocchia le ossa e il becco di un corvo nero che gli ho procurato, il bambino gli sta di fronte, ha la lingua biforcuta. I due si riconoscono, la Luna è alta nel cielo, i rami degli alberi tremano, dalla pancia del bambino vengono fuori mille rospi, sono velocissimi, saltellano e sputano, ricoprono il corpo del signor Mangiacorvi, ma una luce bianca e rovente viene fuori dal suo corpo. La notte si illumina dei bagliori delle fiamme, i rospi bruciano, il bambino piange, il male si arrende, poi tutto finisce, così in un battibaleno. L’ho raccontato a mia moglie, lei mi ha sorriso, non ha detto nulla, solo mi ha sorriso e mi ha detto che mi ama perché credo alle favole. Io ho pensato che fosse vero. Amo le favole, quelle colorate, quelle nere, quelle che raccontano del mio amico, il signor Mangiacorvi.
Oggi hanno benedetto la casa. Io ero di sopra, guardavo fuori, di solito punto il cannocchiale verso casa di Lisa, a volte le finestre di sopra sono aperte e c’è lei che scrive, la guardo di spalle, ma mi basta così. E’ venuto il prete, l’ho visto arrivare dal vialetto, camminava che sembrava un corvo, zampettava quasi. Il prete è magro, alto, alto e magro. Una volta l’ho visto da vicino, insomma quella volta che mi ero messo in camera mia a spiare Lisa e me l’ero tirato fuori e avevo iniziato a menarmelo, Marco che è più grande di me, mi ha detto che si dice così, io non la conoscevo la parola giusta e lui un giorno mi ha detto:-Ma tu non te lo sei mai menato?-
Allora ho imparato che si dice così. Quella volta andai dal prete. La chiesa del paese è antica, mia madre dice che è sopravvissuta a due guerre. Più forte di tanti uomini penso io, che non sono sopravvissuti nemmeno a una di guerra. La chiesa sì, la chiesa è rimasta su e anche la croce su in alto, accanto al campanile e al parafulmini. Durante la festa del paese, in estate, mio padre ci monta sopra. Caspita, due braccia forti mio padre, lui e un suo amico, si conoscono da quand’erano piccoli, fanno suonare le campana, la tirano da una parte all’altra e tutti li guardano e io dico:-
Quello è mio padre.-
Ma tanto lo sanno che quello è mio padre, nel paese ci conosciamo tutti. Alcuni sono più famosi come il farmacista che mi regala le liquerizie o il sindaco che balbetta e ha una barbetta bianca e somiglia a un capretto. Un’altra famosa in paese è Dora, dicono sia stata una bella donna, anche se io adesso vedo solo una signora con tanti bracciali e collane, ma la pelle, la sua pelle è raggrinzita. Mia madre dice che non si deve parlare della Dora, mio padre invece quando gli ho chiesto:-
Che mestiere fa la Dora?-
Mi ha risposto:-
Il mestiere più antico del mondo.-
Poi è scoppiato a ridere e se n’è andato di là ad abbracciare mia madre che ci guardava arrabbiata. Poi anche mia madre si è messa a ridere, io non c’ho capito nulla, ma cosa volete? Ho solo dieci anni e molte cose le capisco a metà.
Anche il prete è famoso, sì, anche lui. Ha le dita lunghe il prete, quando parla le muove e te le mette proprio davanti alla faccia, così che tu vedi solo le sue ossa. Una volta le ho sognate quelle mani, venivano fuori da sotto il letto e mi prendevano. Quando ho raccontato il sogno a mia madre, lei mi ha detto:-
Questa notte, prima di addormentarti recita una preghierina.-
Io ho fatto di sì con la testa, ma quand’venuta l’ora di andare a dormire, non ho pregato mica perché pensavo, ecco, se prego Dio è come pregare il prete e se prego il prete prego anche le sue mani e cavolo, io ho paura delle sue mani. Allora ho guardato fuori, era buio, ma i rami dell’albero di fronte casa si vedevano, anche loro sembravano mani, ma non come quelle del prete che sono ossute, i rami erano ricoperti di foglie e sembravano le mani di un gigante buono, verde e buono. Allora ho pregato l’albero e quella notte non ho sognato le mani del prete.
Quindi avete capito, nel mio paese ci sono quelli famosi e quelli normali, io credo di essere uno di quelli normali, se fossi famoso come mio padre che suona la campana su in alto accanto alla croce, Lisa si sarebbe accorta di me, invece solo una volta mi ha parlato, mi ha detto:-
Cos’hai da guardarmi?-
Io le ho detto:-
Sei bella.-
Lei è scoppiata a ridere e mi ha lasciato solo sulla porta della scuola, la bidella mi ha cacciato via, sono rimasto lì fermo e intorno a me non c’era più nessuno, tutti i miei compagni erano andati via, avevano oltrepassato il cancello e la bidella allora mi ha detto:-
Che ci fai lì impalato? Torna a casa, via!-
Fu una brutta giornata quella, quasi quanto oggi che è venuto il prete a benedire la casa. Stanotte mia madre è stata male, la sentivo urlare:-
Mandalo via! E’ lì sotto l’armadio!
Mio padre credeva di non urlare ma urlava anche lui:-
Stai calma, stai calma- Ripeteva.
Io ero affacciato alla porta della loro camera da letto, mi ero svegliato ed era buio fuori, ho guardato l’albero, l’ho salutato:-
Ciao Joni.- Gli ho detto. Lo chiamo Joni il mio albero, ma anche un altro nome va bene, a volte lo cambio. Questa notte l’ho chiamato così…
Mia madre parlava con mio padre, ma anche con qualcun’ altro che noi non vedevamo. Se ne stava in piedi con la vestaglia bianca, si tirava i capelli e ha dato anche un ceffone a mio padre. Poi è venuto il medico e le ha fatto una puntura. L’hanno dovuta tenerla in due perché lei era forte e arrabbiata. Mio padre mi ha detto:-.
Torna in camera, tu!-
Ma io sono rimasto lì a piangere, a guardare la mia povera mamma, ad ascoltare il medico che diceva:- E’ isterica.- A guardare il prete arrivare dal vialetto che diceva:- E’ indemoniata.- Ad ascoltare i vicini di casa che dicono:- Tua madre è pazza.- A guardare mio padre di fronte ai fornelli che non sa cucinare, ma gli tocca farlo adesso che la mamma l’hanno portata via in un posto dove starà meglio.
Quand’è partita io gli ho detto:-
Mamma, quando hai voglia di pregare non pregare Dio che quello è amico del prete e delle mani del prete, mamma, prega l’albero, si chiama Joni.-
- Si, Joni...- Ha ripetuto mia madre e mi ha sorriso.

Avanza piano tra gli alberi, gli si parano davanti, i rami si intersecano sul cammino, lascia impronte sulla neve, le lepri le annusano, un occhio di volpe lo guarda poi si nasconde, poi scappa nel bosco. Avanza e canta “Ohohoh”. Suo figlio lo guarda da dietro, pochi passi indietro. La pelle di lupo copre le spalle a entrambi. Hanno camminato tutto il giorno, hanno cacciato, le prede, la carne è appesa alla cintura del padre. Il villaggio è vicino ormai, mancano poche curve, la neve ha smesso di cadere. Poi il ricordo scompare, svanisce, si offusca, si annebbia.
Il muro è bianco e non c’è nulla se non le immagini che provengono dal passato. Rin si strofina gli occhi e una lacrima viene giù. Suo padre un giorno gli disse che un uomo non piange, lui allora pensa di non essere un uomo, ma un’idea di uomo, qualcosa di simile ad un cerchio che non è mai cerchio, il diametro terribilmente e irrimediabilmente dispari. C’è una porta nella stanza, nient’altro. Rin è seduto per terra, non ha freddo, è abituato al freddo, nelle sue valli il freddo era Mun, il Dio guerriero che caccia e ama le donne e sorride alla luna.
Lo tengono lì, Rin ha dimenticato il tempo, a volte segue il suo respiro, il respiro del mondo, lascia che l’aria gli entri dal naso e pensa “sto inspirando”, l’aria esce dal naso e pensa “sto espirando”, poi nemmeno quello, il pensiero scompare, si vanifica, l’aria entra e esce. Soltanto.
L’altro giorno a Rin l’hanno picchiato a sangue, non si sono fermati quando il sangue gli colava dalla bocca, dal naso, da un occhio, gli hanno schiacciato le mani con i mocassini, lo hanno sputato, lo hanno chiamato animale, poi sono andati via e Rin è rimasto col dolore conficcato nelle ossa, ma non ha pianto. Rin piange solo quando pensa a suo padre, alle battute di caccia, ai capelli intrecciati di suo padre, al seno della madre. Una volta la madre di Rin lo ha preso e gli ha detto:-figlio, Rin figlio mio, accetta la vita perché essa è figlia, cullala e proteggila perché è fragile, accetta la vita perché essa è madre, Madremondo.- Rin fece di si con la testa, ma non capì bene quello che la madre gli aveva appena detto.
Rin lo hanno catturato i banchieri, li chiamano così, o uomini tecnologici. Rin appartiene al bosco, mangia carne cruda, danza sulle sponde del lago, poi arrivano loro, sparano con le pistole, uccidono il padre di Rin, uccidono la madre, parlano al telefono, arrivano gli elicotteri, il rumore è fortissimo, tutti muoiono, alcuni no, alcuni vengono presi e portati via, lontano.
Quella volta Rin la vide Madremondo o almeno pensò fosse lei. Aki era il cane di Rin e spesso i due giocavano a rincorrersi nei pressi della capanna, mai fino al lago da soli. La madre di Rin diceva che il lago non era né buono né cattivo, era il lago e dava la vita con il pesce, ma la toglieva anche, il lago si era preso molti bambini e Rin chiedeva:- Perché se li è presi, mamma?-
-Per tenerli con sé, perché gli facciano compagnia- Rispondeva la madre.
Allora Rin la guardava perplesso per un attimo e poi tornava a giocare.
Quella volta invece il lago si avvicinò senza che Rin se ne rendesse conto. Aki abbaiava e scodinzolava, il suo pelo era arruffato. Poi Aki iniziò a ringhiare, così, senza motivo. Rin guardò e la vide, vide Madremondo. Era una donna, ma anche un uomo e poi bambino e improvvisamente vecchio e poi scheletro e poi luce e poi feto e di nuovo bambino e di nuovo donna. Rin la guardò avvicinarsi al lago, sorridergli, il vento soffiava e Aki non ringhiava più, ma sembrava un bambino anche lui, un bambino che guarda una cosa bella. Quando il vento cessò Madremondo era scomparsa. Tornato a casa, Rin raccontò l’accaduto al padre e alla madre che erano vicini al fuoco. La madre guardò il marito e lui ricambiò lo sguardo. Rin capì che qualcosa stava per accadere. Qualcosa di brutto sarebbe accaduto. La madre di Rin toccò la fronte del figlio, gli disse:-
Hai la febbre, Rin.-
-No, sto bene, mamma.- Rispose Rin.
Aki il cane si era accucciato vicino al fuoco e dormiva, forse sognava.
- Vai a letto, Rin.- Disse il padre.
Rin non capì eppure capì e obbediente si mise sotto le coperte del letto che si trovava dall’altra parte della capanna, chiuse la tenda, sorrise, poi smise di sorridere ed ebbe paura. Si addormentò ascoltando la voce del padre e della madre che parlavano sottovoce e il fuoco disegnava ombre sulla tenda azzurra.
La stanza è vuota e bianca, ne entra uno, Rin non distoglie mai lo sguardo, ma non vuole nemmeno che il banchiere si accorga che lui ha pianto, allora stringe gli occhi, poi li spalanca e tira fuori la lingua. Nel villaggio di Rin si fa così quando si vogliono scacciare i demoni.
“Tira dentro quella lingua, animale”. Dice il banchiere. Ha in mano un vassoio contenente la razione giornaliera di cibo. C’è una scatoletta, all’interno ci sono palline colorate, il cibo.
Rin è arrabbiato, se ne sta in un angolo, il banchiere ha paura, Rin la annusa la paura, la vede, è grigia la paura e trema, la paura trema. Rin vede l’alone della paura che ondeggia e vibra attorno alla figura del banchiere, vestito da banchiere, vestito blu, giacca, cravatta, camicia bianca. Rin attacca, gli si getta alla gola e lo morde, lo morde alla gola e sente il sangue del banchiere e lo vede, vede il sangue del banchiere che è rosso e la bocca di Rin è rossa. La pistola spara un colpo, Rin vede il sangue, ma questa volta è il suo, il sangue di Rin che chiude gli occhi per non riaprirli più mentre prega Madremondo che lo accompagni in una buona rinascita.
Quel giorno la caccia andò bene, la madre di Rin abbracciò suo padre e lo baciò sulla bocca e Rin era lì e li guardava e la neve aveva cominciato a cadere e tutti gli animali del bosco pregavano. Rin non li sentiva, ma lo sapeva, pregavano, pregavano tutti.
Grazie agli Adjagas per l'ispirazione.
"L'indice della felicità si misura dal numero di Lacoste che hai tu e i tuoi figli, barbecue la sera, bermuda verdi."
Gli occhi gli si muovono da destra a sinistra e viceversa, è impegnato in una tratta di denaro, parla con una donna che ciarla con lui e nel contempo al cellulare. Il tipo sulla porta dell'hotel Baglioni ha un nome e una famiglia, ma a noi non interessa, il tipo serve a portare dentro le valigie di Louis Vouitton. I denti di lui, quello con la donna, soffermiamoci sui suoi denti, chicchi di riso bianco perla e cavolo..., la sera prima c'era lei, che adesso parla al cellulare, lei su di lui, la lingua di lei a leccargli la cavità orale tutta, poi lui è andato in bagno e se li è lavati i denti, lei è rimasta sul letto a guardargli le spalle, una portaerei quasi. Il tipo alla recepiton dell'albergo saluta la coppia, l'ascensore si apre, all'interno c'è un pezzo strappato da qualche repertorio di musica classica scritto cento anni prima da un compositore da un nome difficile come il principio attivo di un antibiotico a largo spettro. L'ascensore sale, ma a noi non interessa, insomma cosa puo' fare un ascensore se non salire e scendere? I due, la coppia all'interno hanno una propria vita, interessante per alcuni, noiosa per altri, dipende dai punti di vista. Mark è americano, ha appena sparato un colpo al tizio con la camicia verde che ha cercato di mettergliela in quel posto al suo capo. Niente soldi, solo si è tenuto la droga, i panetti di eroina. Il capo abita a Palermo, gli è bastata una telefonata e Mark si è mosso dalla periferia di Bologna fino all'hotel Baglioni, ha fatto il suo lavoro e adesso aspetta l'ascensore. La coppia esce, gli occhi di lei ancora impegnata al cellulare incontrano per un attimo gli occhi di Mark e per un attimo, solo per un attimo lei pensa al barbecue alle nove di sera in un ipotetico giardino con quell'uomo, quello sconosciuto, Mark. Quante Lacoste stirate per i loro pargoli pensa la donna mentre parla al cellulare. La porta dell'ascensore si apre, i due escono, Mark entra, la pistola nella sua tasca ha la canna dura, pure il suo cazzo, accanto alla pistola, pure lui è duro.

Oggi cominicia il Ramadan, i mussulmani non toccano cibo fino al tramonto mentre Leo e Sara tirano fuori le bustine di coca e se la iniettano nel parcheggio e la radio trasmette i risultati della partita dell'Italia. La sigaretta ancora accesa nei pressi della macchina di Leo, è una Marlboro, fino a qualche attimo prima un vigile di nome Alessio la aspirava, ha aspettato un po' lì, poi è arrivata Claudia, si fà chiamare Claudia, ma non è il suo vero nome, il suo vero nome non lo dice a nessuno, lo conosce solo il fiume che costeggia il villaggio dove lei è nata trentadue anni prima, in Africa. Claudia vende il suo sesso e Alessio, il vigile, lo compra da un anno. La moglie di Alessio aspetta a casa, talvolta si masturba nel bagno, infila il dito nella vagina e fa finta di godere. Talvolta guarda fuori dalla finestra nei pressi della fermata dell'autobus, vede un uomo corpulento con la valigetta, pensa all'uomo, pensa al suo peso e muove il dito in una masturbazione frenetica e disperata. Oggi comincia il Ramadan e tutte le persone e le cose tutte, piangono Allah che vede tutto: Leo e Sara, il vigile Alessio, Claudia e il fiume in Africa e il dito della moglie di Alessio che non la smette. Porgi le offerte ad Allah, benzodiazepine e telefoni cellulari di ultima generazione, Bmw e gratta e vinci, porgi le offerte. Allah è grande.
P.s. Il mio non vuole essere un attacco all'Islam, semmai ai costumi moderni e alla deriva materialistica che ha assunto il mondo. Materialismo consumistico, i beni di consumo, materialismo chimico, le droghe, materialismo del corpo, il sesso a pagamento. Allah è grande perchè si eleva, ma al contempo è dentro. Allah è ovunque e piange.
C'è uno col sax in via Oberdan e lo sà suonare quello strumento.
- Insomma te l'ho detto che mia madre non vuole!-
-Si, certo ma sarebbe una cosa da bambini, dai, noi siamo dei bambini.-
Cavolo come lo muove quel sax, il serpente dorato rivolto alla sera.
- Matteo ti ho detto di no, non insistere!-
- Dai Silvia, che ti costa?-
Matteo guarda Silvia con gli occhi senza peccato et voilà, ottiene quello che vuole.
Il sax che mi allieta la sera, poi è venuta fuori 'sta cosa dei bambini.
Silvia alza la piccola gonna corta, si tira giù le mutandine, Matteo la guarda, la guarda là in mezzo ed è come se una luce provenisse da quella fessura. Cavolo, non è proprio come se l'era immaginata, beh un po' sì, ma anche diversa, più strana.
Ricomincia il sax e si allunga su una nota un po' più profonda? Non direi, è come..., è come se da quella nota fosse venuta fuori la storia dei bambini.
Eccoli lì, sono in una casa in costruzione, i mattoni grigi e porosi, Silvia che dice:- Allora, sei contento?-
Matteo risponde:- Eccome.-